Battaglia della Marsaglia

L’assedio di Pinerolo e la discesa in Piemonte del Catinat

Nell’estate del 1693 riprendono le ostilità: Vittorio Amedeo, nuovamente a capo dell’armata alleata in Italia, decide di attaccare la piazzaforte di Pinerolo e di bloccare Casale, entrambi presidi francesi e pericolose spine nel fianco della difesa savoiarda. L’assedio di Pinerolo si protrae però con consistenti perdite ma senza esito per alcuni mesi, con la sola conquista del Forte di Santa Brigida.

Nel frattempo il Catinat, appena nominato Maresciallo di Francia, si porta con le sue truppe in alta Val Chisone acquartierandosi sopra Fenestrelle, là dove l’Alpe di Prà Catinat sta ancora a ricordarne il passaggio. Da qui, ricevuti rinforzi, con reparti provenienti dal fronte Catalano e la Gendarmeria a cavallo distaccata dall’armata del Reno, alla testa di un esercito di oltre 35.000 uomini aggira i piemontesi e scende senza trovare resistenza sulla Val di Susa, razziando e distruggendo ciò che trova sul suo percorso: prima Susa, poi Avigliana, quindi Venaria dove, per rappresaglia verso le distruzioni operate dal Duca in Delfinato e su espresso ordine di Luigi XIV, viene incendiata la splendida Reggia del Castellamonte. Stessa sorte segue il Castello di Rivoli, in cui vengono saccheggiate anche le collezioni d’arte. Infine, incuneandosi tra Torino e l’esercito imperiale ancora fermo a Pinerolo, si dirige verso Piossasco, distruggendone i castelli ed occupandone strategicamente i rilievi.

Solo a questo punto Vittorio Amedeo abbandona l’assedio e, nonostante alcuni suoi generali cerchino di dissuaderlo, decide di contrattaccare il nemico in fronte aperto. Nei piani del Duca, forse non a conoscenza della reale consistenza avversaria, la fanteria francese avrebbe dovuto essere facilmente spazzata via ed una parte del suo esercito avrebbe poi dovuto tagliare la ritirata francese in Val di Susa passando attraverso Cumiana e Giaveno, riuscendo così a annientare l’armata avversaria. Il Catinat però, già forte della superiorità numerica, si è ormai saldamente insediato allo sbocco della Val Sangone tra le alture di Piossasco, Sangano e Rivalta, dalle quali può agevolmente controllare l’avanzata dell’esercito alleato.

La battaglia

L’armata agli ordini di Vittorio Amedeo è quanto di più eterogeneo si possa immaginare e comprende milizie provenienti da tutte le regioni d’Europa: le truppe Sabaude innanzitutto, guidate personalmente dal Duca e dal cugino Principe Eugenio, già famoso condottiero al servizio di Vienna, a cui si affiancano battaglioni Imperiali provenienti dalla Spagna, dalla Lombardia e dal Regno di Napoli, la cavalleria dello Stato di Milano, le truppe Bavaresi e dei Principati tedeschi; tra queste ultime molte compagnie “affittate” dai Savoia e composte principalmente da mercenari provenienti anche dalla Svizzera e dalle Fiandre.

Una presenza significativa è quella degli Ugonotti francesi e dei religionari Valdesi che, in seguito alle persecuzioni subite dopo l’abrogazione dell’editto di Nantes, sono tra i più strenui oppositori della politica assolutista di Luigi XIV; con il sostegno di Inglesi e Olandesi hanno ottenuto la libertà religiosa dai Savoia e sono ora inquadrati tra le truppe del Duca. Sul fronte avversario forte è la presenza invece degli irlandesi che, cacciati dalle loro terre per ragioni opposte, sono tra i più preziosi alleati dei francesi.

Fra il due e il tre ottobre 1693, le due armate giungono a fronteggiarsi nella pianura che si estende tra il torrente Chisola, Volvera, Bruino ed i contrafforti del monte San Giorgio di Piossasco. All’alba di domenica 4 ottobre, tra la fitta nebbia, il rullare dei tamburi e ordini gridati in tutte le lingue d’Europa, gli eserciti iniziano a posizionarsi su un fronte di quattro chilometri.

Gli alleati si schierano disponendo alla destra, verso Volvera, la cavalleria piemontese, con la prima linea agli ordini del feldmaresciallo Caprara e la seconda del Principe Eugenio. L’ala sinistra, che fronteggia Piossasco, è diretta dal Marchese di Leganés, governatore di Milano ed è formata dalla cavalleria dello Stato di Milano e dagli squadroni tedeschi, con la prima linea assegnata al Conte di Louvigny e la seconda al Generale Masset. Al centro, la prima linea di fanteria agli ordini del Conte di Pallfy è formata dalle truppe germaniche a destra, affiancati ai reparti di religionari valdesi e luterani e ad alcuni squadroni di cavalleria austriaci, mentre sulla sinistra sono disposti 4 reggimenti spagnoli. In seconda linea i battaglioni piemontesi agli ordini del Conte di Rabutin. Davanti al fronte è schierata l’artiglieria con trentun pezzi, difesa da un battaglione di fucilieri. Tutta l’armata si trova in aperta campagna, e solo alcuni radi boschetti coprono il centro, dove viene fatto scavare a protezione un lungo fossato. Anche le spalle dello schieramento alleato sono completamente prive di difese naturali.

Il Catinat ha preparato con la consueta meticolosità il piano di attacco osservando il terreno di battaglia dalle alture piossaschesi e individua il punto debole dello schieramento avversario nel suo fronte sinistro. Anch’egli ha disposto la sua armata su tre sezioni, con la fanteria comandata dai generali La Hoguette e D’Husson su due linee centrali e la cavalleria ai lati: il Duca di Vendôme, detto successivamente Il Gran Vendôme, scendendo da Piossasco, guida la prima linea di destra, il Marchese di Larré la seconda; il Marchese de Vins e Filippo di Borbone-Vendôme (gran priore dell’Ordine di Malta e fratello del precedente) rispettivamente la prima e seconda linea sulla sinistra, posizionati dalla parte delle cascine che prenderanno poi il nome di Tetti Francesi.

Alle nove del mattino le artiglierie aprono la battaglia. L’esercito francese avanza lentamente, sempre preceduto dall’artiglieria, giungendo a poca distanza dalle linee alleate. Alcuni reparti, sotto il continuo tiro avversario, hanno difficoltà a rispettare la consegna del Catinat di non fare fuoco sul nemico fino a che questo non è a sicura portata. Non appena giunta a contatto, tutta la prima linea francese si scaglia sugli alleati con un assalto alla baionetta, tecnica che rappresentava ancora una novità nella strategia militare dell’epoca. L’ala destra alleata regge a ben tre assalti, e le sorti della battaglia restano per un po’ appese ad un filo, quando giunge notizia che l’ala sinistra ha ceduto ed è in fuga, con i reparti spagnoli sopraffatti di fronte alla carica avvolgente della cavalleria francese guidata dal Vendôme. I reparti di cavalleria dello Stato di Milano si ritirano dal campo senza aver ingaggiato battaglia. Solo un reggimento spagnolo, il Tercio Lisbona, trovando protezione in un rigagnolo d’acqua, si difende strenuamente fino a venire completamente sopraffatto dai francesi. Anche i battaglioni protestanti oppongono una eroica resistenza, ma vengono anch’essi annientati. L’ala destra si vede così circondata: il Duca di Savoia ordina di ritirarsi caricando con i reparti di Dragoni per rallentare la fase dell’inseguimento ed attenuare gli effetti della sconfitta. Gli imperiali, guidati dal Principe Eugenio, riescono in questo modo a ritirarsi fino alle piazzeforti di Torino e Moncalieri senza che i francesi riescano a tagliar loro la ritirata.

Sul campo rimane un gran numero di caduti, stimati in circa 1.800 per i francesi e tra gli 8.000 ed i 10.000 per gli alleati, a cui si aggiungono circa 2.000 prigionieri e la perdita di tutte le artiglierie. Il Maresciallo Catinat al termine dei combattimenti occupa il Castelletto della Marsaglia (tuttora esistente e situato in realtà ad alcuni chilometri dall’epicentro dello scontro): la relazione di guerra stilata per Luigi XIV da questo luogo fisserà anche il nome con cui sarà ricordata la battaglia.